CORRERE E’ ROCK – INTERVISTE
Marco Olmo: “Sono uno spirito libero”

Siamo nel pieno dell’UTMB Mont-Blanc 2026, in programma a Chamonix dal 24 al 30 agosto. Una settimana in cui il mondo del trail running torna a guardare verso il Monte Bianco: il momento aureo, secondo noi, per proporre l’intervista che avevamo scelto di conservare, aspettando l’occasione migliore per raccontarla.
Perché parlare di Marco Olmo proprio nei giorni dell’UTMB significa tornare inevitabilmente a una delle pagine più importanti della storia globale dell’ultratrail. Una storia resa ancora più straordinaria dall’età in cui è stata scritta: Olmo vince l’Ultra-Trail du Mont-Blanc nel 2006, a 58 anni, e si ripete nel 2007, a 59. Un’età in cui, almeno secondo le convenzioni, si dovrebbe cominciare a pensare alla pensione. Lui, invece, pensava semplicemente ad arrivare al traguardo di Chamonix.
Per il ciclo “Correre è ROCK”, firmato iovedodicorsa, incontriamo così una delle figure più iconiche e rispettate del trail running.
La sua storia sportiva è fuori da ogni schema: risultati arrivati quando molti pensano sia già tempo di smettere, vittorie costruite con fatica, silenzio e una visione personale della corsa che va ben oltre il risultato. Marco Olmo non ha mai seguito le mode: ha seguito la montagna, il tempo lungo e la sua idea di corsa.
Una carriera che lo ha portato sulle più importanti gare internazionali, trasformandolo in uno dei simboli della corsa in montagna e sulle lunghissime distanze.
Con lui parliamo di passato, presente e futuro, della strada fatta e di quella che resta, nello spirito più puro di Correre è ROCK.
Marco, la tua carriera ha riscritto molte regole non scritte dello sport. Cosa ti ha insegnato la corsa, prima ancora delle vittorie?

La corsa mi ha insegnato a rispettare gli altri concorrenti e, come nella vita, a capire ciò che è alla tua portata. A non sottovalutare gli avversari, le difficoltà, il percorso e le varie crisi che possono arrivare.
A differenza della vita quotidiana, durante una gara puoi utilizzare soltanto le risorse che hai: non puoi spendere di più e pagare dopo. Sei comunque solo nel valutare la tua tattica di gara.
Hai raggiunto i risultati più importanti in un’età in cui molti smettono di credere. Quanto contano il tempo lungo, la pazienza e la libertà dalle aspettative nel tuo modo di vivere lo sport?

Essere un dilettante vuol dire correre e gareggiare perché ti piace, senza dover rendere conto a dirigenti, preparatori e sponsor.
Mi ritengo uno “spirito libero” e sicuramente questo mi ha aiutato, in particolare nei miei tre podi all’UTMB.
Il mondo del trail e dell’ultra è cambiato moltissimo negli ultimi anni. Da osservatore e protagonista, che giudizio dai allo stato attuale del mondo podistico e della corsa in natura?

Tutto si evolve, anche grazie ai materiali. Quasi tutti i grandi marchi hanno fiutato il business, sponsorizzando atleti professionisti, ed è giusto che sia così.
Io rimango uno degli ultimi “pionieri”: mi allenavo dopo il turno in cava e arrivavo a Chamonix il venerdì pomeriggio alle 18.30, pronto per la partenza.
Il nostro claim è “Correre è Rock”. Forse non c’è niente di più rock che tornare alle origini: lasciare asfalto e tartan per correre su sentieri nati molto prima della corsa come sport. È anche questa l’anima più autentica del trail?

È bello vedere giovani atleti cimentarsi in questo sport in natura. I sentieri sono nati per i montanari, per i loro spostamenti, molto prima dell’asfalto e del tartan.
Se dovessi lasciare un messaggio a chi corre oggi, tra cronometro, social e prestazione, quale sarebbe l’invito più sincero che senti di fare?
Io sono “obsoleto”. Mi sembra giusto usare la tecnologia che oggi abbiamo a disposizione.
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🏃 “La forza di ogni individuo sta nella propria testa e accanto alle persone cui vuole bene.”
(Frattini Marco, maratoneta – Vedere di corsa e sentirci ancora meno)
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