Una vita dedicata alla corsa, al perfezionamento del gesto atletico e alla ricerca della massima espressione sportiva. Giorgio Rondelli non è solo uno degli allenatori più vincenti e carismatici dell’atletica italiana e mondiale, ma anche un esempio vivente di come la passione possa diventare il filo conduttore di una carriera e di un’intera esistenza fatta di sport, tenacia e perseveranza.

In questa intervista esclusiva chiediamo a Giorgio Rondelli un parere sul rapporto tra corsa, ritmo e musica rock.

Togliamo subito ogni indugio
Correre è rock?
«Credo proprio di sì. Per lo meno per me che ho sempre legato le due cose. Fin dai tempi di Elvis Presley ho trovato nella musica rock quella spinta emotiva che accompagna la fatica e la trasforma in energia positiva. Negli allenamenti lunghi, quando accompagnavo gli atleti, spesso mettevo musica rock proprio per dare ritmo e motivazione. Il rock, con la sua forza e la sua immediatezza, è perfetto per esprimere la stessa intensità che c’è nella corsa: sudore, battito, passione.»


Corsa e musica: ritmo, armonia e velocità
Correre è ritmo, armonia e velocità: è dunque possibile trovare delle assonanze tra l’attività podistica e la musica?
«Certamente. Correre significa entrare in un flusso fatto di ritmo e armonia, un po’ come seguire una partitura musicale. Nei grandi meeting del nord Europa mi è capitato spesso di vedere il pubblico che aiutava gli atleti a trovare la spinta giusta battendo le mani ritmicamente sui tabelloni pubblicitari. Era come se lo stadio intero diventasse uno strumento musicale. Non a caso la World Athletics vieta agli atleti di usare gli auricolari in gara: la musica è considerata un supporto esterno, quasi una forma di doping, perché può davvero cambiare la percezione della fatica. Questo la dice lunga su quanto sia forte e reale il legame tra corsa e musica.»


Un aneddoto rock dalla nazionale di cross
Tra i tanti episodi e ricordi legati alla corsa, ne ha di rock da raccontare?
«Sì, assolutamente. Quando ero tecnico della nazionale di cross, preparai per i ragazzi una compilation che diventò una sorta di colonna sonora dei nostri raduni. La canzone guida era La mia banda suona il rock. Non era solo un brano da ascoltare, ma un simbolo: ci rappresentava come squadra, con il nostro spirito combattivo e la voglia di affrontare insieme le sfide. Quella musica caricava gli atleti, li faceva sorridere anche nei momenti più duri e creava un senso di appartenenza. In fondo, anche il cross è un po’ rock: fango, freddo, percorsi durissimi, ma tanta energia e grinta.»

L’atleta come un rocker
La sua cultura sportiva è enciclopedica: quale atleta del passato e/o del presente potrebbe essere considerato un vero rocker?
«Direi senza dubbio Francesco Panetta, e lo associo subito a Born to Run di Bruce Springsteen. Panetta era un talento incredibile, ma anche un atleta con carattere, istinto e un modo di correre viscerale, molto simile all’anima del rock. Sul piano tecnico era straordinario, ma quello che colpiva era il temperamento: correva con l’anima, trascinava il pubblico, sapeva trasformare ogni gara in spettacolo. Un po’ come Springsteen sul palco: non solo tecnica, ma passione, grinta e cuore.»

La colonna sonora della corsa
Se correre è rock, quale sarebbe la sua colonna sonora?
«Se dovessi sceglierne una, direi Glory Days di Bruce Springsteen. È una canzone che parla dei momenti irripetibili della vita, di quei giorni che restano scolpiti nella memoria e che nessuno può portarti via. Nello sport è lo stesso: ogni atleta e ogni allenatore ha i suoi giorni di gloria, le vittorie, le emozioni, le fatiche trasformate in trionfi. E quando la ascolto, mi sembra quasi di rivivere quelle atmosfere: gli stadi pieni, le gare memorabili, la gioia condivisa con gli atleti. È la perfetta colonna sonora per dire che sì, correre è davvero rock.»


🏃 “La forza di ogni individuo sta nella propria testa e accanto alle persone cui vuole bene.”
(Frattini Marco, maratoneta – Vedere di corsa e sentirci ancora meno)

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