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Rassegna Stampa

 

"La forza di ogni individuo sta nella propria testa e accanto alle persone cui vuole bene"

 

 

 

 

Riparto da questa frase per fare ordine. Per pormi un obbiettivo da raggiungere e per dare senso e valore a ciò che penso e faccio. Elena mi ha soprannominato "prolisso" e per una volta le do ragione. Tutto merita continue postille per riuscire a capire e spiegare il perché e il per come delle cose.

Ma andiamo per ordine.

La mia infanzia

Ho delle immagini nitide e piacevoli dei primi anni di vita. Quanto mi sono divertito all'asilo, nel gruppo dei fiocchi verdi sotto la guida di Suor Maria Luigia. Alcuni dei bambini conosciuti li, sono ancora oggi amici preziosi: Andrea, Gabriele, Rodolfo, Matteo, Daniele, Cinzia, tanto per citarne alcuni. Il passaggio alla scuola elementare ha portato dei cambiamenti inevitabili in termini di contatti e novità. Su questi banchi ho incontrato Cesare, che già conoscevo di vista. Le nostre strade si sono incrociate e continuano tutt'ora a ritrovarsi.

A quell'età giocavamo a pallone nel cortile di casa e organizzavamo delle sfide con le altre classi della nostra scuola al campo dell'oratorio San Giacomo.

Non ero uno studente modello, però me la cavavo. Mi piaceva disegnare, la matematica e avevo trovato un buon metodo per imparare le poesie a memoria.

Questo a discapito dell'italiano che faticavo a esprimere correttamente nei miei scritti.

I miei genitori mi obbligarono e mi mandarono dalla maestra Dell'Oca per recuperare le mie lacune, portandomi a trascurare quello che per me valeva di più: giocare con i miei amici.

Lo sport e la musica

Di fianco alla mia scuola elementare, il plesso San Giorgio in via Cialdini, si trova la palestra.

dove ci recavamo per vedere il saggio organizzato dalla Ginnastica Meda. Diversi erano i bambini che vi partecipavano, tra questi Andrea, che ben figurava.

Rimanevo a bocca aperta osservando tutti quei salti mortali e quelle giravolte. Avrei voluto farli anche io. Convinsi i miei genitori a iscrivermi al corso di ginnastica. La voglia di competizione si manifestò in fretta: come Andrea volevo far parte della squadra agonistica. Avevo solo un problema: i miei genitori non sentivano ragioni. Non potevo distrarmi e non dovevo pensare alla ginnastica in quei termini. Non so ancora come pormi di fronte a questa scelta, ma mi sarebbe piaciuto molto diventare un valido ginnasta. Provai anche a presentarmi agli allenamenti agonistici, ma mia madre corse dietro a prendermi. Non erano la fatica e gli sforzi che affrontavo volentieri, ma la mancanza di una prospettiva a farmi cedere e ad abbandonare definitivamente la questo sport.

Fu così che passai dal corpo libero e il volteggio ai primi allunghi sul tartan. Mi iscrissi ai corsi dell'Atletica 81, condotti da Roberto e Gigi. Eravamo un bel gruppone di bambini: mi ritrovavo a correre con gran parte dei miei compagni di gioco e di scuola. Tra questi anche Gianpaolo, compagno e iniziatore della mia carriera di maratoneta.

Faccio un salto di quasi venti anni tralascio i bei ricordi legati al tennis e allo sci e apro la parentesi maratona.

Negli anni del liceo prima e dell'università poi, avevo abbandonato ogni velleità agonistica legata allo sport per la musica.

Con i compagni di banco Matteo, Alberto e Mauro abbiamo dato vita alle prime jam session musicali nel sottotetto del salumificio Rho che il buon Paolo ci metteva a disposizione. Le albe chiare delle nostre uscite live divennero ben presto i leitmotiv durante le lezioni. Meo mi passava i biglietti con scritto "Fratta quando si suona" e il Taffu annotava la scaletta dei pezzi da provare. Gli Ox cover-band, fecero presto il loro debutto alle feste del liceo e per oltre 13 anni militarono nei locali di tutta la Lombardia.

Di tanto in tanto uscivo con Cesare a correre: raggiungevamo le piscine di Seregno attraversando i campi e rientravamo a casa.

Un giorno incrociai in treno Gianpaolo. Non ci vedevamo da tanto tempo. Incominciammo a trovarci per correre assieme in settimana e la domenica si andava a fare qualche tapasciata tra le colline della Brianza. Ne abbiamo corso delle belle e messo a regime un'infinità di km. Tornavo dai concerti a notte fonda e dopo una doccia mi allacciavo le stringhe pronto a salire in auto con il mio socio. Anche Rodolfo era della partita. Poi capitò una cosa. Di punto in bianco cambiarono tutte le prospettive legate al mondo della corsa: Gianpaolo si iscrisse alla maratona di Milano. Correva l'anno 2002. Termini come ripetute, tabelle, allunghi rivoluzionarono il nostro approccio all'asfalto. Provai a stargli dietro per un po'. Pensai di provare a correre anche io la maratona, ma mancavano le motivazioni e ben presto abbandonai l'idea.

Gianpaolo esordì sulla lunga distanza con un dignitoso 3.28,48: un gran bel crono. Riprendemmo con le nostre tapasciate e iniziammo a percorrere qualche gara in montagna che ci sfibrava il fisico e la mente. Discutevamo di approcci alla corsa e Gianpaolo per dare maggior credito alle sue parole iniziava con la cantilena: " Ah tu non sai cosa vuol dire correre una maratona... tu non puoi capire... vorrei vedere te a fare 42km..." innervosendomi parecchio.

Tra me pensavo che prima o poi una maratona l'avrei corsa anche io; se ci era riuscito Gianpaolo!

La mia prima maratona

L'occasione si presentò quattro anni dopo. Nel 2006 la maratona di Milano venne messa in programma i primi giorni di ottobre e non a dicembre come in passato. Potevo prepararla in primavera ed estate. Sono un freddoloso di natura. Decisi di iscrivermi senza riserve. Con un tempo di 3.14,15 mi scrollai definitivamente di dosso quella voce che continuava a girare nella mia testa "tu non sai cosa vuol dire... tu non sai... tu non sai". Un anno dopo Giampaolo appese definitivamente le scarpe al chiodo e comprò una moto. Il mondo è regolato da una forma di entropia cosmica. Il bilancio delle energie messe in gioco è sempre lo stesso. Quello che Gianpaolo lasciò in dispensa lo recuperai io con gli interessi. La maratona di Milano aveva segnato un nuovo punto di svolta. Se ero riuscito a raggiungere quel tempo cronometrico con un allenamento mirato si, ma sempre estemporaneo, saltuario e privo di esperienza, allora avrei potuto fare certamente meglio con una preparazione specifica e più aggressiva. Ne ero convinto.

Nel 2007 la seconda maratona. A Trieste migliorai (3.08,34). L'impegno era stato ripagato. Puntai a scendere sotto le 3 ore. Ci provai a Dublino sei mesi dopo senza successo (3.53,13). Scoppiai verso il trentesimo chilometro. Le premesse a questa gara non furono rosee. Atterrai in Irlanda con una febbre da cavallo e dichiarando di non correre. La mattina della maratona, mi svegliai fresco e riposato. Decisi quindi di provarci, ma non andò come credevo. Fu comunque una gran bella gara che mi mise di fronte i miei limiti. Una bella lezione da tenere presente alla prossima occasione.

La maratona successiva, ancora una volta a Trieste del 2008, mi consacrò maratoneta sotto le tre ore (2.58,51) per poi coglier a Carpi il mio pb in 2.48.37.40.

Neurinoma e sordità

L'anno della prima maratona, coincise con la perdita definitiva dell'udito. Non so se fu un caso o una reazione del mio subconscio. La storia della mia sordità è decisamente atipica e antropologicamente ancora da spiegare.

All'età di 19 anni fui sottoposto a un'intervento d'urgenza. Mi venne asportato una massa neoplastica di circa 7cm di diametro con rescissione del nervo acustico di destra e con blocco parziale del nervo facciale dx. Feci i conti con la nuova realtà che mi aveva messo per la prima volta di fronte a un cambiamento repentino e irreversibile. Ripresi a condurre la mia vita di sempre, ossia suonare e non-studiare, ma in chiave monofonica. L'ordine degli addendi della mia vita, in qualche modo cambiò. Il risultato alla fine, magari, sarà il medesimo, ma vivere esperienze che scombussolano tutte le certezze, ti cambiano nel profondo dell'anima, alcune in meglio altre in peggio e danno un'accelerata significativa all'evoluzione dell'individuo.

Tre anni più tardi mi furono diagnosticate delle recidive bilaterali che avrebbero potuto compromettere definitivamente l'udito, come poi avvenne.

Non si è mai preparati abbastanza, soprattutto quando ci si pone in un'ottica di disfacimento.

Perdere l'udito a trent'anni non è un tragedia. Non è la cosa che tutti sognano, ma sarebbe andata peggio se per esempio avessi perso la capacità di reagire. Mi è andata bene.

6 titoli Italiani in bacheca e 4 titoli mondiali

Mio cugino Sergio è un tipo pratico e schietto: mi ha detto che sono un buon corridore amatore, ma come professionista non avrei valore. Come dargli torto, comunque rimango a tutti gli effetti un amatore. Perso l'udito pensai alle Paralimpiadi. Avevo letto su riviste specializzate delle classifiche di categoria per non udenti. E' così che scoprì la Fssi (federazione sport sordi Italia). Presi parte alle competizioni organizzate dalla Fssi per conquistare un posto in nazionale. Dal 2009 al 2012 ho vinto 3 titoli Italiani in maratona (2010-11-12) e 3 nel cross (2009-10-11). Ma nonostante i titoli o le convocazioni azzurre non sono mai riuscito a partecipare a un evento internazionale. Ai vulcani islandesi che hanno messo in ginocchio i voli di tutta Europa, è seguita la crisi economica globale che ha alzato l'asticella per accedere alle convocazioni delle olimpiadi per Sordi nel 2013 a Sofia (Deaflympic-game). Mi consolano i 4 titoli mondiali di categoria per medici e odontoiatri conquistati alla Marcialonga running (2008-2009-2010-2011).

 
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